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(Non) c’è abbastanza tempo

Ho iniziato a pensare alle scuole medie quando la Bruna era in terza elementare e immagino non sia una sorpresa per chiunque abbia un figlio con bisogni più accentuati rispetto ad altri bambini. Ho contattato una scuola e, fortuna mia, ho incontrato un vice preside che ha capito bene la mia ansia e ha ricevuto me e David per un colloquio rasserenante, invece di rimandarmi a tempi più utili.

Se ci penso, è così da quando abbiamo ricevuto la diagnosi, e la fortuna è che la mia preoccupazione di fare cose – portiamoci avanti come motto di una vita – è ben bilanciata da mio marito che ha una fiducia pacata e robusta nelle potenzialità delle sue figlie. Sa aspettare, sa che c’è un tempo per tutto e probabilmente ha una visione del futuro più rotonda della mia, perché più realistica: nessuno di noi due crede nel “tutto è possibile, basta volerlo” ma lui in particolare è capace di sintonizzarsi sulla felicità di nostra figlia, costruendola giorno per giorno.

Costruire il futuro è un lavoro di bilancini e priorità: meglio che sappia prepararsi la colazione o che sappia allacciarsi le scarpe? Meglio che impari in fretta il corsivo o se la e è un verbo o una congiunzione? Devo perdere tempo a convincere mia figlia che a otto, dieci, dodici, sedici, diciotto anni è meglio guardare altre cose in tv o su Netflix invece dei Me contro Te?

Su quest’ultima cosa potreste obiettare che crescere anche da questo punto di vista significa avere più argomenti di conversazione e possibilità di interagire con i coetanei, ma io non so più se questa sia davvero una priorità e quale valore abbia, in generale, trasformarsi a tutti i costi in un essere sociale al costo di non si sa quale stress: sono domande aperte, io non ho le risposte e le ho solo a metà, e mi fa piacere discuterne.

Alcune risposte vengono facili, altre no o comunque – siccome nessuno di noi nasce genitore né padre o madre di figlio disabile, nonostante i meme su Facebook a ricordarti che dal cielo ti hanno scelta perché eri adatto a quel ruolo – si impara col tempo che il tempo conta ma se vuoi coltivare la diversità come un valore, anche la pazienza di aspettare quel che deve essere atteso diventa una nuova prospettiva di vita.

P.S.: La scuola e il PEI

La scuola è dove il tempo invece batte facendo un gran frastuono e dove non c’è mai tempo da perdere: finché c’è la scuola, è importante lavorare a spron battuto e fare affidamento sul PEI, il Piano Educativo Individualizzato, l’unico strumento e progetto che, come dice sempre l’insegnante di mia figlia, è il primo riferimento per sapere esattamente chi è il bambino o il ragazzo che hai di fronte, quali difficoltà ha e come affrontarle, nei dettagli. Abbiamo già a che fare con i sostegni a ruota libera, anno dopo anno, farsi sfuggire il PEI è un rischio da non correre.

La firma del PEI si avvicina ed è il momento di ricordare che noi genitori non siamo solo quelli che approvano firmando, ma che dobbiamo contribuire a costruirlo: se vi dicono che basta firmarlo, chiedete a gran voce di essere coinvolti e dite la vostra, contribuendo con quello che solo voi sapete dei vostri figli a una delle cose più importanti che potete fare nel corso della vita scolastica.

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