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La scuola che ci manca

Non so se la mia relativa calma di questo periodo sia legata al fatto che ho già fatto esperienza di una cosa che mi ha chiesto di riprogettare la vita, dal lavoro che faccio a dove abito, su fino al futuro, esattamente come faccio oggi, chiusa in casa.

In queste settimane ho ricevuto mille messaggi che chiedevano “Come state?” ma sotto sotto stavano chiedendo: “Come sta la Bruna?”. Per fortuna sta benissimo, lei che non è una tipa che patisce i cambiamenti improvvisi di routine. Sa cosa sta succedendo e ogni tanto, come tutti, chiede e si chiede quando potremo tornare fuori, soprattutto per raggiungere il suo amatissimo gelato allo yogurt e una vagonata di riso e spaghetti al ristorante cinese.

Le manca la scuola? Probabilmente sì.

E lei, manca alla scuola? Voglio sperarlo, anche se questa crisi ha scavato un bel solco tra chi può procedere con un po’ di tranquillità e tutti quelli che sono fragili, da chi ha una disabilità a chi ha pochi giga nel telefono, e solo un telefono, per fare didattica a distanza.

Credo che il 2 aprile 2020 appena passato, giornata della consapevolezza sull’autismo, possa essere estesa di diritto a tutti quelli che sono un po’ più fragili, per dire come sempre che essere different non dovrebbe significare essere less: è uno dei motivi per cui non sposo l’idea di vestire un nastrino azzurro per poter uscire a fare una passeggiata.

Ripartiremo e, citando Gianluca Nicoletti, come sempre qualcosa ci inventeremo, sperando che la prima a farlo sia proprio la scuola e tutti noi insieme a lei: questa sarebbe davvero la grande occasione sprecata.

Foto di Carli Jeen da Unsplash

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(Non) c’è abbastanza tempo

Ho iniziato a pensare alle scuole medie quando la Bruna era in terza elementare e immagino non sia una sorpresa per chiunque abbia un figlio con bisogni più accentuati rispetto ad altri bambini. Ho contattato una scuola e, fortuna mia, ho incontrato un vice preside che ha capito bene la mia ansia e ha ricevuto me e David per un colloquio rasserenante, invece di rimandarmi a tempi più utili.

Se ci penso, è così da quando abbiamo ricevuto la diagnosi, e la fortuna è che la mia preoccupazione di fare cose – portiamoci avanti come motto di una vita – è ben bilanciata da mio marito che ha una fiducia pacata e robusta nelle potenzialità delle sue figlie. Sa aspettare, sa che c’è un tempo per tutto e probabilmente ha una visione del futuro più rotonda della mia, perché più realistica: nessuno di noi due crede nel “tutto è possibile, basta volerlo” ma lui in particolare è capace di sintonizzarsi sulla felicità di nostra figlia, costruendola giorno per giorno.

Costruire il futuro è un lavoro di bilancini e priorità: meglio che sappia prepararsi la colazione o che sappia allacciarsi le scarpe? Meglio che impari in fretta il corsivo o se la e è un verbo o una congiunzione? Devo perdere tempo a convincere mia figlia che a otto, dieci, dodici, sedici, diciotto anni è meglio guardare altre cose in tv o su Netflix invece dei Me contro Te?

Su quest’ultima cosa potreste obiettare che crescere anche da questo punto di vista significa avere più argomenti di conversazione e possibilità di interagire con i coetanei, ma io non so più se questa sia davvero una priorità e quale valore abbia, in generale, trasformarsi a tutti i costi in un essere sociale al costo di non si sa quale stress: sono domande aperte, io non ho le risposte e le ho solo a metà, e mi fa piacere discuterne.

Alcune risposte vengono facili, altre no o comunque – siccome nessuno di noi nasce genitore né padre o madre di figlio disabile, nonostante i meme su Facebook a ricordarti che dal cielo ti hanno scelta perché eri adatto a quel ruolo – si impara col tempo che il tempo conta ma se vuoi coltivare la diversità come un valore, anche la pazienza di aspettare quel che deve essere atteso diventa una nuova prospettiva di vita.

P.S.: La scuola e il PEI

La scuola è dove il tempo invece batte facendo un gran frastuono e dove non c’è mai tempo da perdere: finché c’è la scuola, è importante lavorare a spron battuto e fare affidamento sul PEI, il Piano Educativo Individualizzato, l’unico strumento e progetto che, come dice sempre l’insegnante di mia figlia, è il primo riferimento per sapere esattamente chi è il bambino o il ragazzo che hai di fronte, quali difficoltà ha e come affrontarle, nei dettagli. Abbiamo già a che fare con i sostegni a ruota libera, anno dopo anno, farsi sfuggire il PEI è un rischio da non correre.

La firma del PEI si avvicina ed è il momento di ricordare che noi genitori non siamo solo quelli che approvano firmando, ma che dobbiamo contribuire a costruirlo: se vi dicono che basta firmarlo, chiedete a gran voce di essere coinvolti e dite la vostra, contribuendo con quello che solo voi sapete dei vostri figli a una delle cose più importanti che potete fare nel corso della vita scolastica.

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Fiducia e futuro

Inglese è andato giù a fatica, lo scorso fine settimana: poca voglia di studiare, anche se alla fine un po’ di studio lo abbiamo messo insieme. Io non mi scompongo mai: aspetto paziente perché sbraitare produce effetti peggiori. A cose e compiti fatti, mentre ormai eravamo tutti a tavola, concentrati sulle tagliatelle al sugo, la Bruna mi ha detto: “Scusami, non volevo farti arrabbiare”.

L’altro giorno studiavamo storia, tra le altre cose mia specializzazione all’università, materia che amo di più al mondo e, ironia della sorte, credo la più astratta da insegnare a una mente come quella di mia figlia: come si introduce un concetto come “quattromila anni fa”? Comunque sia, siamo ai Sumeri e alle classi sociali, ripetute più volte mentre la mia mente oscilla tra due mantra autoconsolatori, “ma a che serviranno mai i Sumeri nella vita” e “vedi, ecco perché ho fatto bene a restare sempre lontana dall’insegnamento”. Qualche ora dopo, in macchina, ripetiamo le classi sociali per ripassare e la Bruna mi ricorda che ho scordato i mercanti. Allora mi ascoltavi mentre parlavo, hai visto.

Presume competence è una delle espressioni che mi accompagna nei tempi buoni e meno buoni. Significa avere sempre ben presente che mia figlia può essere capace: di capire, di fare, di risolvere, anche se in tempi e modi diversi dai miei o da quelli dei suoi pari età.

Non è illusione ma una linea da seguire che si vede anche quando c’è la nebbia. Nella quotidianità, mi aiuta a evitare di dedurre in fretta che mia figlia non abbia capito il senso di una situazione o di un concetto (può essere, ma niente mi vieta di accertarmene e, nel caso, di spiegarlo o rispiegarlo), mi frena dal fare, parlare e decidere al posto suo quando non è necessario. Mi suggerisce di fare attenzione a come parlo di lei, che è una delle ragioni per le quali scrivo molto meno su questo blog. A ponderare l’uso di “non lo può fare”, che comunque è un’affermazione ben diversa da “può fare tutto” (sono consapevole delle derive anche pericolose di quest’ultimo pensiero).

Presume competence è uno sguardo curioso sul funzionamento di una mente che non è la mia, e poi lavoro per aiutarla a raggiungere i suoi traguardi: la nostra impazienza di genitori e di educatori non giustifica un atteggiamento rinunciatario o poco disposto a provare strade alternative. Vale la pena ribadirlo, perché le parole sono pesanti e non si sa mai: non in funzione di un orizzonte di normalizzazione e di traguardi non realistici, ma sempre nell’ottica di massima espressione delle potenzialità individuali.

La ricerca di equilibrio è un lavoro costante, soprattutto per un genitore che non è una persona autistica, come per esempio sono io. Presume competence, quindi, è anche ascoltare le persone autistiche adulte che sono stati bambini e vorrebbero dirci delle cose: anche dalle storie che sembrano più lontane da quelle dei nostri figli possiamo intuire un domani e iniziare a costruirlo. Purtroppo la nostra fama di autism moms ci precede e, anche se non amo essere etichettata a priori – soprattutto se l’etichetta riporta la dicitura “abilista” – credo che noi genitori dovremo rifletterci: non è detto che tocchi a noi sapere di più o meglio del futuro dei nostri figli.

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