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L’autismo di Life, Animated

Owen Suskind è un bel ventenne autistico, uno dei tanti, unico come tutti gli autistici. È sveglio, sagace, limpido e letterale come forse solo un autistico riesce a essere e sta marciando da tutta la vita verso l’obiettivo di diventare indipendente, di vivere da solo e avere un lavoro. È figlio di Ron Suskind, giornalista e premio Pulitzer, e Life, Animated è il documentario candidato all’Oscar che parla della sua vita e di quella della sua famiglia. Meriterebbe l’Oscar solo per aver dato voce a un autismo normale, senza traccia di genialità, e poi perché nella storia non c’è spazio per il sentimentalismo, pregio definitivo che fa davvero sentire la voce di Owen e mantiene intatta la sua dignità senza ammantare tutto di tenerezza appiccicosa.

Owen, dopo una velocissima regressione, smette di comunicare e viene diagnosticato autistico attorno ai tre anni: non parla, il suo linguaggio è gibberish, miscuglio incomprensibile di suoni e parole. Fino a quando i suoi genitori si accorgono che la chiave per tornare a parlare e a comunicare con il loro figlio sono i cartoni animati Disney, che Owen conosce a memoria, battuta per battuta. Se pensate che non sia possibile, vi tranquillizzo: anche la Bruna conosce a memoria centinaia di passaggi di cartoni animati, come Owen si illumina quando li guarda e come Owen interpreta il mondo anche a partire da quello che i cartoni le insegnano, con le loro storie fatte spesso di sentimenti assoluti e facili da capire, di risate molto risate, pianti molto pianti, amore molto amore e cattivi molto cattivi. L’affare si complica crescendo ma è senza dubbio un punto di partenza: da qualche parte si deve pur cominciare a capire il mondo.

Mi piace l’idea che qualcuno che non ha a che fare con l’autismo vada a vedere questo documentario e veda un autistico adulto in azione, un autistico che per una volta racconta una storia diversa dalle solite: i racconti che fanno più notizia in genere riguardano bambini piccoli e il racconto passa sempre e comunque dalle parole dei genitori. Qui i genitori, insieme al fratello di Owen, ci sono e sono una parte importante della storia, ma soprattutto c’è Owen: Owen che parla, Owen che vive, Owen che ama la sua ragazza e si confonde quando sente parlare di sesso, Owen che va a un congresso sull’autismo, fa il suo intervento e dice guardate che a noi piace stare con gli altri, non confondetevi, è che non sappiamo proprio come si fa.

Altre cose notevoli: l’atteggiamento dei genitori di Owen e la premura con cui organizzano il “dopo di noi”. Walter, il fratello di Owen: il vero momento di groppo in gola del documentario va a lui e al suo sentimento immenso per il fratello misto alla confusione e al terrore del futuro, quando i genitori non saranno più parte del quadro. Lo sguardo di Owen quando guarda i suoi film Disney preferiti e lo sguardo di Owen in camera, un aggancio potentissimo per chi non ha mai visto l’autismo da vicino. La mancanza dei momenti no che sicuramente ci sono e che per fortuna a nessuno è venuto in mente di filmare. I momenti con la terapista che valuta le sue risposte sociali e la capacità di fare commenti appropriati. Lo sguardo sempre puntato sul futuro. L’indipendenza che ha la forma di un appartamento tutto per Owen e un lavoro, anche se in un ambiente parzialmente controllato.

Una frase su tutte: “Who decides what a meaningful life is?”.

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11 thoughts on “L’autismo di Life, Animated

  1. Valentina says:

    Grazie di aver scritto questo post e di avermi fatto venire voglia di vedere questo documentario. Non ho nessun punto di contatto con l’autismo e per quelli come me autismo vuol dire Rain Man o bambino geniale o genitori afflitti. Niente di tutto questo in “Life, Animated”, che fa quello che dovrebbe, documentare e far pensare. Grazie mille.

    • Daniela Scapoli says:

      Grazie a te Valentina.
      Life, Animated mi piace per questo, per la ragione più semplice: mostra un volto dell’autismo che mi pare non tanto collegato all’immagine comune di un autistico che di solito è o genio, o una persona che non parla e non capisce. Certo rimane uno in mezzo a tantissimi, ma è pur sempre autismo. Non ho capito se lo hai già visto ma se non lo hai ancora fatto e ti capita di vederlo fammi sapere cosa ne pensi, mi interessa.

  2. Valentina says:

    L’ho visto spinta dal tuo post e l’ho trovato molto molto bello. Mi ha aiutata a pensare in modo diverso all’autismo, a pensarlo non come una malattia ma come una diversità difficile da vivere. Mi è piaciuto molto quando Ron, il padre, parla di “tirare fuori” Owen e la cosa più impressionante è stato Owen che parla dei suoi anni di mutismo. Lo sto consigliando a tutti, grazie ancora!

    • Daniela Scapoli says:

      Grazie a te davvero per aver speso un po’ del tuo tempo così, non sai che piacere mi fa. Devo dire che all’inizio, proprio quando i genitori parlano di “prigione” e di “tirare fuori” ho storto il naso ma il documentario recupera egregiamente, e ho pensato che quella sia stata la reazione iniziale poi superata dalla crescita e dallo sviluppo di Owen. È difficile per me senire un autistico ragionare su se stesso, parto sempre dal presupposto che quei ricordi siano veri a metà, ma Owen mi è sembrato piuttosto concreto nel descriversi e questo mi porta di più a pensare che sia farina del suo sacco.

  3. Chiara says:

    È già commovente il trailer, sicuramente lo guarderò.
    Riguardo ai cartoni animati, non ho ancora capito come ci dobbiamo porre nei loro confronti, motivo di isolamento o strumento per trovare una modalità di comunicazione? La NPI li demonizza, ma lui li adora.
    Complimenti per il blog.
    Ciao!

    • Daniela Scapoli says:

      Grazie Chiara 🙂
      In realtà il film completo è meno commovente di quel che sembra dal trailer che ovviamene pesca nei momenti più densi. Sui cartoni animati, mah, demonizzarli mi sembra eccessivo ma dipende un po’ da bambino a bambino: la Bruna ha un interesse assorbente nei loro confronti e la visione della tv/tablet/qualsiasi altra cosa va un po’ limitata perché davvero se la porta in un altrove che poi prende il sopravvento.
      Detto questo, è vero che nel tempo ha imparato proprio dai cartoni a esprimersi meglio, prendendo e usando in maniera funzionale alcune frasi estrapolate dai dialoghi: a volte, se sai da dove proviene la frase, fa un po’ ridere, ma funziona. Adesso sono anche argomento di conversazione, per fortuna non l’unico. Dipende come sempre dal bambino, da quanti anni ha e altri fattori.

    • Daniela Scapoli says:

      Ciao Alfonso, in Italia è già uscito in qualche sala e non so se c’è ancora in qualche cinema. È candidato all’Oscar e spero che lo vinca, nel caso sicuramente avrà ancora più diffusione: penso che prima o poi uscirà una versione DVD, lo spero proprio!

  4. Francesca says:

    Ciao Daniela, sono una mamma con una storia molto simile alla tua, solo che ho 2 figli maschi (4 e 2 anni)…scrivi ancora x favore, i tuoi scritti mi danno conforto.

  5. nic says:

    Ciao Daniela, questo film va bene se visto con i bambini? Hanno 7e11anni quasi ed un fratello nello spettro che ne ha 5. Con lui non hanno un rapporto semplice, non capiscono bene come fare..
    Grazie per questo blog! Spesso qui leggo quello che vorrei saper dire e mi sento meno sola!

    • Daniela Scapoli says:

      Ciao! La mia risposta è che dipende da un po’ di fattori: quanto hanno capito dell’autismo del fratello e quanto tu pensi siano maturi per assistere a un film che parla di cartoni animati, ha un tocco abbastanza lieve per una buona parte del tempo ma contiene anche momenti emotivamente molto impegnativi: la parte più toccante per me è stata proprio l’intervista al fratello di Owen e la sua riflessione sul suo futuro, per sempre legato al fratello, delicata e pesantissima. Forse loro sono ancora piccoli e coglierebbero solo alcuni aspetti, non lo so. Valuta bene, tu conosci i tuoi figli e la loro sensibilità e io forse non rischierei di preoccuparli ancora di più anche se Life, Animated è una storia tutto sommato felice e positiva.

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